MADONNA DI TREVIGNANO, AL VIA IL PROCESSO

Avrebbero messo in scena “apparizioni”, “trasudazioni da una statuetta della Madonna e da un quadro raffigurante il Cristo” e prefigurato “futuri cataclismi e sciagure, come terremoti” per indurre i fedeli a donare soldi per il culto della Madonna di Trevignano in provincia di Roma. Una vicenda che ha fatto scalpore, ora per  la ‘veggente’ Gisella Cardia e per suo marito Giovanni, è stata fissata la data per il processo. Il sette aprile prossimo dovranno presentarsi davanti ai giudici del tribunale di Civitavecchia con l’accusa di concorso in truffa. Oltre trecentomila euro in totale sono i soldi donati “liberamente” dal 2018 al 2023 dai fedeli che ogni tre mesi si radunavano per poter partecipare al fenomeno delle false apparizioni non lontano dal lago di Bracciano. Le somme, scrive il pm nel decreto di citazione a giudizio, venivano poi impiegate “per l’abbellimento e l’ingrandimento del terreno di culto” nella località ‘Campo le Rose’ come per l’acquisto del campo, della recinzione, di un box auto, un’autovettura da quasi 40mila euro e un altro terreno agricolo. Per la ‘veggente’ di Trevignano, il rinvio a giudizio è un “passaggio necessario per poter finalmente chiarire, nelle sedi opportune, ogni aspetto della vicenda che la riguarda”, spiega il suo legale, Solange Marchignoli. Cardia “si dichiara anzi sollevata, poiché ritiene che questo momento rappresenti l’occasione per far emergere in modo trasparente la verità dei fatti e per mettere definitivamente fine a ogni forma di speculazione, fraintendimento e polemica che l’hanno, suo malgrado, coinvolta in questi mesi”.

Già nel 2024, quando era partita l’inchiesta dopo le denunce di Luigi Avella, un ex sostenitore di Gisella, le ‘visioni’ della donna avevano portato all’istituzione di una commissione, voluta dalla diocesi di Civita Castellana, per indagare sulla natura soprannaturale dei fenomeni raccontati. La ‘veggente’ in quell’occasione era stata ritenuta inattendibile e i fedeli erano stati invitati a non partecipare ai raduni di preghiera dal momento che i fenomeni erano stati definiti “non sovrannaturali”. Un caso che aveva portato anche alla stretta da parte del Vaticano su questi episodi: false apparizioni religiose per intascare denaro e “trarre l’ingiusto profitto”, come scrivono i magistrati nel caso di Gisella che nel frattempo era stata anche sconfessata dalla sua diocesi.

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