C’è poco da fare: ti spiano con lo smartphone!

Se uno di noi decidesse di scomparire per sempre, lasciandosi dietro tanti problemi, relazioni finite e ugualmente irrisolte, tensioni o un lavoro mentalmente faticoso, sarebbe rintracciato. Dalle forze dell’ordine che vogliono restituirci alla nostra routine (e non il contrario in realtà) agli agenti pubblicitari, che vogliono piazzare i loro allettanti prodotti. Carola Frediani de ‘La Stampa’ ha cercato di comporre il complesso mosaico dei dati che un dispositivo tanto ‘humanfriendly’ come lo smartphone lascia a favore di aziende, gestori telefonici e case di produzione. Questo è in grado di rilevare la nostra presenza in un determinato luogo grazie alla triangolazione dei ripetitori mobili, al Gps dei satelliti ed al wi-fi, con un blocco conseguente di dati a disposizione del nostro operatore di telefonia, ma anche delle app che scarichiamo, se diamo loro il permesso.

SmartphoneNessun problema? Non sottovalutiamole! Esse memorizzano informazioni su di noi non soltanto quando usiamo i navigatori o le mappe, ma anche quando ci troviamo su un posto (quindi la durata della permanenza ad esempio). Questi dati vengono, quindi, comunicati periodicamente, prendiamo ad esempio, alla Apple. L’utilizzo più conosciuto di questi è quello ai fini pubblicitari. Non è una novità grossa l’esistenza di aziende specializzate che li adoperano per costruire dei profili dei consumatori. Quindi, ricapitolando, pur magari non desiderando farlo, tramite Whatsapp, Telegram o iMessage e molte altre applicazioni, noi riveliamo molto di noi stessi. Anche usando la posta elettronica con dominio, ad esempio, Gmail. “Se la storia della localizzazione geografica era attiva, qui abbiamo un diario di tutti i nostri spostamenti, giorno per giorno, ora per ora, metro per metro” scrive la giornalista. E molti, del resto, non sanno nemmeno che da tempo la location history potrebbe essere attiva (per verificare collegatevi all’indirizzo Google.it/locationhistory e inserite la vostra mail e password).

Paolo Dal Checco, consulente tecnico forense per procure e tribunali, spiega che questa location history potrebbe essere usata anche da partner gelosi con cui si condivide, magari, la password di Gmail. A parte questo pericolo, un altro potrebbe derivare sempre da Google attraverso i comandi vocali, che “a volte si attivano senza che l’utente se ne accorga, in momenti in cui non vorrebbe essere registrato”. Tornando a Gmail, Google conosce gli utenti a cui inviamo email, l’ora e la data, il nostro indirizzo IP (quello del dispositivo con cui stiamo operando). Metadati-Internet-InformazioniMa non è l’unica azienda, sarà chiaro, ad utilizzare questi metadati con cui vengono costruite delle enormi mappe sulle nostre relazioni (come succede con i social network) e con cui è possibile analizzare il comportamento del singolo. Quando visitiamo qualche sito internet, poi, il più delle volte veniamo tracciati grazie a tecnologie come i cookies con cui lasciamo delle ‘impronte digitali’. Questi dati, poi, sono raccolti, processati, analizzati e lavorati insieme ad altri ottenuti ‘offline’, come permettono le carte fedeltà dei negozi (e che spesso sono acquistati da aziende altrettanto specializzate “per arricchire i profili che già hanno in modo da vendere pubblicità iper-mirata” chiarisce Carola Frediani). Il punto di connessione tra questi due tipi di informazioni è il nostro numero di telefono. Cosa bisogna quindi fare per non permettere di essere spiati? Non è un aspetto da sottovalutare, ripetiamo, se pensiamo che sul profilo fb, ad esempio, limitiamo la visualizzazione delle nostre informazioni a chi non conosciamo o a chi vogliamo evitare. Vuol dire che teniamo alla nostra privacy, in un certo qual modo… Se per Alberto Pelliccione, esperto di sicurezza informatica offensiva e difensiva, per quanto ci si sforzi di anonimizzare le informazioni, si riesce sempre ad identificare i comportamenti del singolo, basterà tenere spenti i sociali network o i cellulari?

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