Pedofilia, scivolone di un favolista e l’abitudine di un ex magistrato

CarcereNon vogliamo insinuare ci sia stata malizia, piuttosto la capacità di toccare le giuste corde e di emozionare la giuria. Questa caratteristica ha decretato migliore il racconto di un uomo che ha avuto a che fare con la giustizia proprio come tutti gli altri partecipanti, se non fosse che il tema al centro dello stesso cozzava proprio col reato da lui commesso. Andiamo con ordine. Il concorso nazionale ‘Le Favole di Artaban’, organizzato dall’omonima associazione, alla sua prima edizione, era aperto a tutti i detenuti e le detenute d’Italia con doti da narratori o col desiderio di impugnare la penna e scrivere di fantasia. Per ciascuno di loro una fiaba incentrata sui bambini, quelli che si hanno lontani o quelli che si sogna di avere. Con stupore di molti il primo premio l’ha vinto un uomo, separato e con due figli, finito in carcere dopo essere stato denunciato da una ragazzina di 13 anni -conosciuta sui social- con cui aveva scambiato foto piuttosto spinte. Il signor A. C. ha spiegato che dal profilo fb la giovane utente risultava essere più grande. Il vincitore nella presentazione della sua fiaba contenuta nel libro ‘al di là delle sbarre, una storia’, ha così presentato sé stesso ed il racconto: “Laureato in scienze politiche, separato, Popi e Ninini (i protagonisti della sua storia) fortunatamente esistono davvero, e nella vita reale sono fratello e sorella. Focus-On-Notizie-a-MargineVittima di un bruttissimo ‘scivolone’ che la vita mi ha purtroppo riservato, sono assolutamente intenzionato a riscattarmi agli occhi di chi – la quasi totalità delle persone che mi circondavano – non ha comunque smesso di credere in me. Tutti loro sono il mio motore”. ‘Scivolone’ è l’accusa di pedofilia per cui è in carcere e i ricordi, di cui si è servito per scrivere ispirato ai suoi figli, sono “le uniche cosa che in questi anni terribili mi hanno tenuto in vita”. Non sappiamo se la sua vittoria sia tutta dovuta al merito o se dietro ci sia stata la volontà di portare i riflettori –e clamore- sul premio, come neppure sappiamo se si sia trattato realmente di leggerezza nel valutare o se abbia voluto rischiare preso da chissà quali fantasie: vogliamo solo evidenziare l’ironia della sorte.

Lascia meno dubbi, e molto più perplessi, la storia di quel magistrato accusato di prostituzione minorile e pedopornografia, sorpreso in flagranza di reato mentre in un hotel si era appartato insieme ad un 16enne romeno per avere un rapporto sessuale. La storia, racconta ‘ilCorriere’, è cominciata ad emergere quando la Polizia ferroviaria ha fermato un ragazzino trovato in possesso di un cellulare. Nella rubrica, fra gli altri, il numero dell’ex magistrato. E’ iniziato così il pedinamento del giovane che ha portato dritto al 73enne ora in arresto con l’accusa di adescare a pagamento minorenni, in particolare romeni e nordafricani, nelle stazioni ferroviarie. Sulla vicenda, risalente al 20 ottobre scorso ed ora saltata fuori, c’è massimo riserbo. Magistrato-Causa-TribunaleL’uomo, intanto, ha rigettato ogni accusa: avrebbe, sì, avuto incontri sessuali con giovani, ma sempre maggiorenni (avrebbe preteso di vederne i documenti per accertarsi della maggiore età; quindi quelle mostrategli sarebbero carte d’identità false), e mai ha pagato 50 euro per ogni intermediazione. Aggiunge ‘ilGiornale’ che, per quanto riguarda il sesso a pagamento, il magistrato sostiene che “i soldi li ha ‘regalati’ ai ragazzi perché ‘si affezionava a loro’. Ad alcuni dava i soldi per il permesso di soggiorno, ad altri per tornare a casa in Romania. Poi, però, ci sarebbe quella intercettazione in cui chiede allo zio dell’adolescente romeno di ‘inviargli delle foto ricordo’ del viaggio in Romania pagato (500 euro dal magistrato in pensione) per raggiungere moglie e figlio. Secondo l’accusa sarebbero stati video pedopornografici di nuovi ragazzini.

Quanto tempo, però, è occorso perché qualcosina si sapesse… Riflette giustamente ‘liberoquotidiano’: “l’inchiesta portata avanti dal pm Bianca Macario e dal Procuratore aggiunto Pietro Forno resta ancora nel massimo riserbo. Uno strato spesso di segretezza radicalmente diverso da altri casi, quando, per esempio, hanno riguardato religiosi o personaggi dello spettacolo, come un componente dei ‘Modà’. Situazioni delle quali quasi immediatamente fuoruscivano dalle stanze delle procure informazioni dettagliate, spesso esponendo anche le stesse vittime all’invasione della privacy. In questo caso, però, si tratta di un magistrato e il sospetto che i colleghi abbiano avuto tutto l’interesse a tenere poco visibili le carte dell’inchiesta è forte”. Vittime e carnefici di serie diverse quindi?

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